AGGIORNAMENTO MERCATI: Cina, dimensioni di una crisi


Evergrande è tornata a scambiare sui listini aprendo a -80%.Che il settore immobiliare cinese non sia più terreno investibile lo sappiamo da tempo, come però la sua necessaria e improrogabile ristrutturazione possa impattare sul resto del mercato della prima potenza asiatica è tutto da scoprire.
Quello che molti operatori si aspettavano da mesi stenta a verificarsi. E cioè una convincente ripresa post COVID dell’economia domestica, di quella che per anni è stata quella col maggior tasso di crescita del pianeta. 
La delusione è però sotto gli occhi di tutti. In primo luogo, perché la crisi del mercato immobiliare ha numeri mostruosi con cui fare i conti e soprattutto perché si porta dietro anni di investimenti (effettuati a debito) in un settore che semplicemente produceva più del necessario.
Quanto si è spinto in là il sistema finanziario cinese? 
Alcuni numeri li conosciamo da tempo. Il livello debito/PIL ha superato il 300% da diversi anni.
Si pensi che il PIL del Paese è costituito per il 30% dal solo settore immobiliare, sospinto da una concentrazione sproporzionata dei risparmi delle famiglie e dai finanziamenti delle principali banche. 
Cosa significa questo? 
Semplicemente che dal 2008 sino ad oggi gli stimoli fiscali e il settore finanziario hanno privilegiato gli investimenti nell’immobiliare, individuando in tale settore un porto sicuro per i risparmiatori in cui parcheggiare il proprio denaro. In assenza di grandi “alternative” da offrire da parte di una giovane economia come quella del Dragone e di una coscienza finanziaria piuttosto limitata, grandi e piccoli investitori hanno cavalcato fiduciosamente (e a leva) quello che stava per diventare una delle più gigantesche bolle immobiliari della storia.
Qualche numero comincia ad emergere naturalmente solo di fronte alle istanze di Chapter 15, presentata allo scopo di ristrutturare un debito societario che rappresenta quasi il 2% del PIL cinese, per inciso trattasi di 340 miliardi di dollari. 
Segnali che lasciano intendere di come sia ben più ampio il problema ce lo hanno dato altre recenti notizie sui mancati pagamenti degli interessi su bond da parte di un altro colosso immobiliare come Country Garden, peraltro considerato fino a qualche mese fa uno dei solidi! 
Ma quello che è un dato tanto enigmatico quantomai preoccupante è la difficoltà in cui versano Trust finanziari come Zhogzhi Enterprise Group che non è stata in grado attraverso la controllata Zhongrong International Trust di pagare interessi per 14 milioni di USD a tre società quotate pochi giorni fa. 
Il fenomeno dello shadow banking, cioè di quegl’istituti finanziari che senza un vero e proprio assetto regolamentare intervengono sui mercati, specie quello immobiliare, sostenendo e finanziando in maniera opaca aziende private e colossi del Real Estate, si stima possa arrivare a una capitalizzazione intorno ai 3 trilioni di USD. Evergrande è perciò, come era facilmente intuibile, solo la punta dell’iceberg.
E’ evidente a questo punto che la Cina ha imboccato una strada che non lascia spazi di interpretazione ormai. 
Urge una ristrutturazione del debito in cui è piombata drammaticamente, e le dimensioni di questa revisione facilmente mineranno la fiducia di investitori interni ed esteri. 
L’intervento del Partito Comunista non potrà che essere massiccio per tenere in vita il ramo del Real Estate, ma soprattutto per non deprimere i consumi e la domanda interna di un Paese che comincia a intravedere delle crepe nei buoni propositi sbandierati da Xi Jinping in questi anni. 
Negli ultimi anni i più grandi e importanti fondi di investimento si sono prodigati di intercettare la domanda interna di quello che poteva rappresentare un mercato dalle mille opportunità. 
Il punto è che il boom economico cinese non si è mai trasformato in potere d’acquisto, ma rischia addirittura di rappresentare un costo per una popolazione che ahimè non consuma. Perciò in primo luogo riforme oltre che sostegni dovranno andare nella direzione di migliorare lo status sociale ed economico della popolazione.
Grandi disparità socio-economiche sono ancora presenti nel Paese. Una su tutte quella che vede privilegi fiscali e di servizi riservati ai residenti rispetto ai cosiddetti migranti pendolari che dalle campagne si riversano quotidianamente nelle aree industriali; una fetta di popolazione che si aggira intorno alle 300 milioni di unità e che comincia a palesare il proprio malumore.
A conti fatti però la “cassa” di Pechino e le riserve monetarie potrebbero non bastare ad arginare la situazione di insolvenza monstre sfuggita di mano, e di questa consapevolezza si comincia a parlare negli ambienti economici. 
Toccare i tasti giusti sarà fondamentale e andrà fatto nel breve. In tutta onestà però aspettarsi mosse sapienti e geniali concertate da un entourage sempre più convergente in un’unica testa suona un tantino ottimistico…  
La visione sulle opportunità di prezzo di cui abbiamo spesso parlato offerta dal mercato cinese potrebbe essere rivista quantomeno subordinatamente alla gestione di questa complicata situazione…
Le dichiarazioni di maggior controllo del debito ostentate dal Governo nell’ultimo anno evidentemente non erano coerenti con uno scenario ben più complesso che Xi e compagni dovranno dimostrare di essere in grado di affrontare.
Un insieme di fattori che ci portano a pensare che le prospettive di ritorno sugli investimenti su quella che è a tutti gli effetti la seconda economia del globo siano più lunghe di quello che pensavamo. 
Insostenibilità del debito, propensione sempre più bassa al consumo dei cinesi, deprezzamento valutario potrebbero spingere l’economia del Dragone dentro una crisi difficile da contenere nel breve periodo. Se dovessero venire varate riforme ed importanti iniezioni di liquidità dal Governo nei prossimi giorni, è lecito aspettarsi un sussulto dei mercati, ma l’atteggiamento fin qui tenuto da Xi in tutta onestà è parso orientato a promuovere un’immagine di grandezza e unione più politica che economico-finanziaria.
La personale convinzione è che sgonfiare una bolla immobiliare di tali proporzioni non possa essere un’operazione indolore e di rapida soluzione. Se a questo scenario ci aggiungiamo l’atteggiamento di controllo assoluto sull’operato imprenditoriale locale ne esce un outlook marcatamente deflazionistico.
Ultimo punto, non certo per importanza, è che una reazione disperata per spostare l’attenzione e rinnovare consensi potrebbe spingere Pechino a portare pressioni sul piano geopolitico, un timore anche questo sempre più vivo tra gli operatori. L’interesse su Taiwan è uno dei pochi obiettivi certi e inequivocabili della Cina.
Tutti questi fattori i Cinesi li stanno vivendo sulla loro pelle, si svegliano con il lecito timore che qualcosa possa andare storto e reagiscono accumulando sui depositi, contribuendo di fatto alla recessione in atto.
Per far tornare a veleggiare la grande nave cinese sospinta da venti di entusiasmo collettivo bisognerà ricostruire quel clima di fiducia che ha caratterizzato l’ultimo ventennio. La chiave come sempre starà nella comunicazione rassicurante e credibile di aver imboccato la rotta giusta. L’iperproduzione che aveva visto economie importanti come il Giappone e la Corea del Sud a inizio anni 90 soffrire una stabilizzazione di quegli squilibri creati durante il boom economico è il medesimo fenomeno con cui ha a che fare Pechino oggi. Omogeneizzare la crescita, distribuire meglio le risorse e smorzare le speculazioni generatesi durante la fase di frenesia produttiva precedente rappresentano i principali obiettivi di Governo. 
La Cina lotterà per riportare la fiducia questo è sicuro e lo farà da subito. Sarà un osservato speciale nei prossimi mesi, non c’è dubbio, sia per la delicatezza del momento appunto e sia soprattutto per le opportunità di prezzo che si sono generate su quest’area da ormai più di 2 anni. 





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