FOCUS GUERRA IN IRAN: la strategia a doppio taglio



Quello che probabilmente tutti credono e che vien detto come spesso accade non è la verità.
Lo è tra le 4 mura di casa se esiste un rapporto onesto in famiglia, non lo è mai sui media, perché la politica e le dichiarazioni non possono rivelare il vero scopo delle azioni politiche internazionali rovinando strategie.
Vediamo perciò insieme cosa muove l’attuale conflitto partendo dalle falsità.
Prima fake news dataci in pasto è l’intervento USA per scongiurare il pericolo di ordigni bellici in mano a Teheran. 
Il regime iraniano sta portando avanti il progetto da tempo ma non è imminente il suo compimento. Certo ci arriverà, ma non è una reale minaccia per gli USA né immediata, forse Israele vista la vicinanza geografica correrebbe qualche rischio in più.
Dove nasce il desiderio di questo conflitto allora e perché proprio adesso?
La testa pensante di questi attacchi è abbastanza scontato individuarla in Israele. Netanyahu quando il nemico è in difficoltà non perde certo l’occasione di affondare il colpo di grazia. L’autorità del regime sciita non è un mistero che abbia subito in questi ultimi anni un graduale ridimensionamento internazionale. Paesi un tempo collegati e alleati hanno uno dopo l’altro capitolato rendendo sempre meno estesa l’area di influenza di Teheran all’interno del mondo arabo. Alauiti (Siria), Hamas (Palestina), Hezbollah (Libano) hanno via via capitolato di fatto lasciando solo l’Iran sotto i colpi di Israele e lo sguardo compiaciuto sunnita e delle potenze imperiali limitrofe.
Il timing per piegare il regime iraniano è perciò maturo. 
L’epilogo apparentemente scontato (a meno di un allargamento del conflitto onestamente improbabile da parte di altre potenze) lascia però un’incognita di non poco conto. Quanto tempo sarà necessario per il compimento di questa missione?
Questo è un interrogativo cruciale senza ombra di dubbio. A parte Israele, che si trova ormai in conflitto più o meno aperto dalla notte dei tempi, nessuno ha interesse ad un prolungamento dello stesso. In primo luogo gli Stati Uniti. Alternanza di affermazioni di Trump su come non si accettino negoziati, ma su quanto sia ben disposto a dialogare con leader temporali e spirituali fa quasi sorridere, oltreché rivelare la necessità di far in fretta a giungere ad un negoziato.
Si scopre anche l’altra falsità legata alla credenza popolare in occidente di come la maggioranza iraniana desideri un’organizzazione sociale simil-democratica. Guai immaginarsi un mondo che voglia ovunque assomigliare al nostro. Ci sono civiltà che non hanno mai avuto né l’imbarazzo del voto e nemmeno che desiderino rinunciare alla propria identità culturale. L’orgoglio nazionale è un valore che non si discute e non muore con le guerre perse. I persiani DOC sono con la loro guida spirituale, qualunque essa sia, non certo con un Governo che non sentono loro.
Ma tornando a noi, riflettiamo sulla probabilità (concreta) di un conflitto pericolosamente lungo.
Intanto non è da escludere che l’Iran possa venir “aiutato sottobanco” da altre potenze militari, ma soprattutto decidere di intraprendere azioni che possano complicare il corso del conflitto, per esempio colpendo le portaerei americane con i missili di cui dispongono in discrete quantità spingendo le forze armate statunitensi ad un coinvolgimento a quel punto ancora più massiccio e dispendioso. L’espansione di influenza americana nell’area medio orientale comincerebbe a rivelarsi troppo cara per la Casa Bianca già alle prese con una caduta di consenso vistosa e pericolosa in vista delle elezioni di Mid-term di novembre. 
Se ad Israele fare calcoli non interessa agli USA certamente sì.
Sicuramente spinto dalla necessità di rosicchiare controllo geografico ed economico ai danni della Cina, ennesimo atto di un conflitto aperto, l’unico che gli Stati Uniti sentano davvero per fugare minacce sulla loro leadership mondiale, forse mal consigliato sui rischi potenziali di tale intervento armato, Trump si trova a fare i conti col suo Paese, che per quanto provi a forzare, resta sempre di natura occidentale ed economicentrico. Il suo successo passa inevitabilmente dal consenso popolare legato al benessere economico dei cittadini e non da ideali di supremazia nazionale.
La sensazione è che, se qualcosa dovesse andare storto, il Tycoon dovrà inventarsi qualche gioco di prestigio per sfilarsi dal conflitto o quantomeno viverlo dalle seconde linee. Scenario forse già pattuito a monte col proprio alleato, determinato comunque nell’infierire un letale colpo all’eterno nemico e probabilmente ben disposto ad un qualsivoglia supporto bellico seppur di breve periodo.
Siamo entrati ormai in una fase storica dannata da tempo, dove il dialogo e la pacifica convivenza hanno perso. Il controllo incontrastato degli Stati Uniti su politica estera e mercati a cui abbiamo assistito dalla disgregazione dell’Unione Sovietica sino al decennio scorso è stato messo in discussione dall’ascesa impetuosa della Cina. Ne scaturisce così un conflitto aperto che non può essere militarmente diretto, ma si concretizza con l’indebolimento principalmente a livello economico del nemico. Così l’accesso alle materie prime gioca inevitabilmente un ruolo chiave nella corsa al primato economico e tecnologico, dal controllo delle terre rare ai combustibili fossili.
I mercati hanno messo in conto questo nuovo scenario, non senza manifestare preoccupazioni in passato. Si pensi alla volatilità esplosa all’introduzione dei dazi o allo spettro dell’inflazione che si genera quando le materie prime faticano a circolare. 
Lo scenario attuale, quindi, è appeso all’interrogativo della durata di questo nuovo conflitto che significa in parole povere ancora una volta rischio di inflazione da offerta di petrolio e gas. 
Ancora una volta chi si trova strategicamente in ritardo manco a dirlo siamo noi europei. Importatori netti di combustibili fossili, ma soprattutto incapaci di condividere all’interno dell’Unione un programma alternativo di indipendenza energetica.
Difficile anche in questi momenti adottare scelte corrette di breve sui nostri portafogli. La regola del non farsi prendere dal panico anche se dovesse aumentare la tensione sui mercati è spesso la più efficacie sempre che si disponga di una buona fetta di investimenti resilienti alla volatilità quali liquidità o bond a breve scadenza, utilissimi nella riconversione in strumenti azionari all’occasione.
La previsione, che in questi frangenti può da un momento all’altro essere smentita beninteso, è che lo sforzo bellico americano per ragioni di consenso popolare ma anche di impegno economico e militare pericolosamente dispendioso debba avere una durata limitata e non oltre il mese.
Questa resta per noi l’ipotesi più accreditata oltre che una speranza. In caso contrario si avvicinerebbero tempi duri per tutti.

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