FOCUS GUERRA IN IRAN: La strategia americana è stata così avventata?



Sullo scellerato conflitto tra Israele/USA e Iran si sono fatte tante parole; le più ricorrenti ci dicono che la principale motivazione riguarda la cancellazione dell’influenza iraniana sul Medio Oriente e lo scongiuro dal possesso di ordigni nucleari nelle mani dei Pasdaran. 
Spiegazioni politiche che non fanno una piega dal punto di vista israeliano. Israele ormai da qualche decennio ha abbandonato (se mai ne avesse nutrito una sincera convinzione) la strada del dialogo e della pacifica convivenza col limitrofo mondo arabo/sciita. 
Sferrare un attacco al grande nemico di sempre, sostenitore delle organizzazioni militari arabe antisemite in questa fase storica di eccezionale debolezza, rappresentava un’occasione da cogliere al volo. Che potesse farlo da solo risultava eccessivo e l’appoggio bellico americano non poteva che essere vitale. 
Che però gli Stati Uniti si potessero cacciare in un pantano faccio fatica a credere che il Pentagono non lo abbia ipotizzato. 
Certo lo scenario più allettante, quello per il quale si fosse concretizzato in pochi giorni un rovesciamento del regime, poteva apparire come opzione possibile, ma onestamente poco probabile, specie agli occhi di chi studia il proprio nemico da anni. Tutti sappiamo che Trump si gioca le elezioni di Mid-term in questi mesi e il rischio di portare avanti una campagna militare in Medio Oriente per mesi ne diminuiscono le probabilità di successo.
La retorica dominante pare stia diventando quella dell’errore strategico. Un errore figlio della volontà insita nelle grandi potenze imperiali presenti sul pianeta di voler dominare e controllare i Paesi scomodi. Una visione che ha un peso nell’interpretazione dei fatti assolutamente verosimile, antropologica, insita nella natura umana e per questo apparentemente irrazionale.
Chiediamoci però se sia l’unica lettura possibile.
Forse… o forse no.
Il tentativo di Trump di addolcire la pillola sull’esito imminente del conflitto è un atto scontato quanto poco realistico. Il controllo di questo benedetto stretto implica un dispiegamento di forze decisamente superiore dalle conseguenze in termini di vite umane gravi. Ma ciò che va detto è che non si potrebbe realizzare in tempi brevi.
Fatico onestamente a credere che questo si possa risolvere come un incidente di percorso del tutto imprevisto. Fatico anche a credere che intelligence americana, Pentagono, Casa Bianca all’alba del conflitto non potessero minimamente ipotizzare l’attuale scenario.
Esperti di geopolitica pressoché unanimi definiscono l’ingresso in guerra degli Stati Uniti un errore strategico madornale. Gli errori nella storia si commettono, per carità, e a spingerli sono spesso le pulsioni imperialistiche di Paesi che dominano lo scacchiere mondiale.
Dietro però ogni conflitto la storia ci ha insegnato che si è sempre nascosto un fine economico, che francamente, in un’era dove le ideologie assumono un peso sempre meno rilevante al cospetto del Dio denaro, anche in questo caso andrebbe analizzato.
Facciamo qualche passo indietro. Gli USA dagli anni ’70 hanno avviato una politica economica di indipendenza energetica con l’intento di sentirsi più “sicuri“ ma anche di ridurre il proprio bilancio delle partite correnti. Da importatori netti di energia dal 2020 gli americani sono divenuti esportatori e sebbene ancora in deficit a causa dei consumi elevati degli americani di beni esteri, oggi la voce energetica ha un peso importantissimo per ridurre tale deficit.
Oggi gli USA sono il più grande esportatore di petrolio del pianeta, notizia sottotraccia, ma di rilevanza notevole per i conti e l’economia del Paese.
A questo punto la domanda nasce spontanea. 
Cosa pensiamo che accadrà se il conflitto si prolunga o se lo stretto di Hormuz resta sotto il parziale controllo iraniano. E ancora cosa accadrà se verranno ulteriormente messe sotto attacco le centrali di gas o i siti petroliferi dei Paesi arabi filoccidentali?
Lo stato attuale vede diversi siti di produzione in Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein, Iraq, Qatar danneggiati dagli attacchi dei droni iraniani, così come i principali porti di scalo indispensabili nel processo di diffusione di petrolio e gas. 
L’escalation della guerra non farà che peggiorare la situazione ovviamente, ma al contempo ritarderà per anni la piena funzionalità di questi impianti, oltre a sollevare ragionevoli dubbi sulla loro sicurezza in futuro. 
A quel punto la costosa lavorazione del greggio venezuelano potrebbe diventare un’alternativa percorribile e più sicura. Gli investimenti e la produzione di greggio sotto il diretto controllo americano diventerebbero una risposta all’instabilità medio orientale
Toccherà così ancora una volta all’America “aiutare” il mondo fornendo il fabbisogno energetico necessario. E tale fabbisogno è letteralmente esploso con l’avvento dell’intelligenza artificiale
L’industria energetica a stelle e strisce in un’era di crescente domanda globale di energia non potrà che giovarne e viene difficile pensare che tutto si verifichi casualmente.
Un prezzo da pagare nel breve per aumentare strutturalmente la produzione e l’esportazione di combustibili fossili nel futuro immediato migliorando le condizioni del bilancio pubblico americano laddove non sono riusciti i dazi. Se non posso applicare i dazi posso sempre fare una guerra.
Ma sicuramente stiamo facendo congetture complottiste surreali…


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