AGGIORNAMENTO MERCATI: equilibri finanziari e scelte strutturali
Troppe a nostro avviso sono le confusioni che spesso vengono fatte sulle scelte “durature” di investimenti per i nostri risparmi. I principali fattori che portano a generare modifiche a volte frenetiche e sostanziose rispetto alla totalità degli asset si basano su eventi che si rivelano di breve periodo.
Se è vero da un lato che ci fa sempre piacere avere risultati “costantemente” positivi, dall’altro è però assolutamente importante essere posizionati su una prospettiva sana e stabile nel tempo, avendo cura di leggere negli anni i meccanismi strutturali responsabili delle direzioni dei mercati.
Ovviamente la corretta lettura dei trend futuri e il loro timing di sviluppo è l’aspetto più difficile (e se vogliamo anche più stimolante) di questo lavoro. L’ambizione di giungere a delle stime, e relative scelte incoraggianti, passa attraverso il riconoscimento di elementi fuorvianti e da escludere dalle nostre analisi.
Tali elementi sono quelli responsabili di movimenti di breve periodo dei mercati, spesso e volentieri legati a fenomeni politici, speculazioni finanziarie o contenuti shock economici a bassa correlazione globale.
La ratio di questa premessa sta nel fatto che ci si interroga fondamentalmente su 2 eventi sempre più di continuo in questi giorni: cosa accadrà a Trump e al suo Governo dopo le accuse di impeachment di questi giorni e quali floride prospettive si aprono oggi per l’Unione Europea dopo lo scampato pericolo dei moti antieuropei alle elezioni in Francia, Olanda e Austria.
Intanto non è Trump indagato a deprezzare il dollaro in questo ultimo mese. In realtà l’euro si rafforza (relativamente) perché i dati macro europei battono ultimamente al rialzo le previsioni, mentre quelli americani le rincorrono. E poi perché il mercato crede sempre meno alla promessa della Fed di alzare tre volte i tassi quest’anno: le attese sono andate sotto il 50%. Mentre la ripresa europea accompagnata dall’inflazione potrebbe accelerare l’annuncio della fine del QE. In una prospettiva di lungo periodo, con valenze operative che vanno quindi al di la del breve termine, occorre evidenziare che in Usa è in corso un processo di riduzione dei margini aziendali in una logica finanziaria di «mean reversion». La velocità di questa tendenza dipenderà da come aumenteranno i salari a seguito della riduzione del tasso di disoccupazione e di come le aziende saranno in grado di trasferire sui prezzi questi maggiori costi. Da un punto di vista macroeconomico la proxy migliore per stimare la crescita dei ricavi aziendali americani è l’incremento dei Pil mondiale. Quest’ultimo ha conosciuto una riduzione nel 2015 a cui ha fatto seguito una ripresa nel 2016; per il 2017 la World Bank stima un’accelerazione della crescita del Pil mondiale del +6%. Pertanto è plausibile pensare, da un punto di vista macroeconomico, che i ricavi aziendali per il 2017 e il 2018 possano registrare un incremento rispetto al 2016. Infine, l’andamento del dollaro sarà importante dal punto di vista settoriale. In particolare, a parità di tutto il resto, un dollaro più forte riduce i costi dei beni importati e migliora i margini per le aziende import oriented ma riduce i profitti guadagnati all’estero. Gli analisti stimano che a livello aggregato un dollaro forte dovrebbe avere un impatto tendenzialmente negativo sugli utili aziendali.
La politica forse c’entra qualcosa sul versante europeo, sicuramente la vittoria di Macron in Francia ha allontanato i rischi di una nuova tempesta sull’euro, e il sollievo contribuisce al movimento al rialzo. Ma stiamo parlando di prospettive a breve. Nel medio lungo termine i problemi che affliggono la moneta unica e il debito denominato in euro sono ancora tutti lì.
Per poter ragionare a lungo termine sull’economia europea occorre stabilità all’interno dell’Unione. Tale stabilità può passare solo attraverso un fisco federale europeo e un debito federale europeo, almeno in parte, non più nazionale. La velocità di crescita della Germania rispetto ad altri Paesi porta a mettere in atto politiche monetarie che tengano maggiormente in considerazione aumenti più consistenti dei tassi nella loro area, cosa che genererebbe nell’immediato non pochi grattacapi a Italia, Spagna, Portogallo e altri Paesi che arrancano stretti da debiti e piani di riforme ancora da definire
Nei prossimi mesi, con la conclusione della lunghissima stagione elettorale europea e poi del mandato di Draghi, a ottobre 2019, il nodo dovrà venire al pettine e la Germania dovrà scegliere. Di qui ad allora i tassi a 10 anni si saranno probabilmente normalizzati, e l’Italia, ma anche la Francia e la Spagna, non può permettersi di pagare un premio di centinaia di punti base aggiuntivi.
Non convince nemmeno il movimento così repentino del dollaro, se non a ribilanciare momentaneamente alcuni squilibri valutari globali. La forza economica e la velocità di reazione degli USA rispetto ai principali competitors internazionali, unitamente al rialzo dei tassi da parte della Fed infatti, dovrebbero sostenere nel lungo periodo il dollaro rispetto al panorama valutario.
Tali elementi sono quelli responsabili di movimenti di breve periodo dei mercati, spesso e volentieri legati a fenomeni politici, speculazioni finanziarie o contenuti shock economici a bassa correlazione globale.
La ratio di questa premessa sta nel fatto che ci si interroga fondamentalmente su 2 eventi sempre più di continuo in questi giorni: cosa accadrà a Trump e al suo Governo dopo le accuse di impeachment di questi giorni e quali floride prospettive si aprono oggi per l’Unione Europea dopo lo scampato pericolo dei moti antieuropei alle elezioni in Francia, Olanda e Austria.
Intanto non è Trump indagato a deprezzare il dollaro in questo ultimo mese. In realtà l’euro si rafforza (relativamente) perché i dati macro europei battono ultimamente al rialzo le previsioni, mentre quelli americani le rincorrono. E poi perché il mercato crede sempre meno alla promessa della Fed di alzare tre volte i tassi quest’anno: le attese sono andate sotto il 50%. Mentre la ripresa europea accompagnata dall’inflazione potrebbe accelerare l’annuncio della fine del QE. In una prospettiva di lungo periodo, con valenze operative che vanno quindi al di la del breve termine, occorre evidenziare che in Usa è in corso un processo di riduzione dei margini aziendali in una logica finanziaria di «mean reversion». La velocità di questa tendenza dipenderà da come aumenteranno i salari a seguito della riduzione del tasso di disoccupazione e di come le aziende saranno in grado di trasferire sui prezzi questi maggiori costi. Da un punto di vista macroeconomico la proxy migliore per stimare la crescita dei ricavi aziendali americani è l’incremento dei Pil mondiale. Quest’ultimo ha conosciuto una riduzione nel 2015 a cui ha fatto seguito una ripresa nel 2016; per il 2017 la World Bank stima un’accelerazione della crescita del Pil mondiale del +6%. Pertanto è plausibile pensare, da un punto di vista macroeconomico, che i ricavi aziendali per il 2017 e il 2018 possano registrare un incremento rispetto al 2016. Infine, l’andamento del dollaro sarà importante dal punto di vista settoriale. In particolare, a parità di tutto il resto, un dollaro più forte riduce i costi dei beni importati e migliora i margini per le aziende import oriented ma riduce i profitti guadagnati all’estero. Gli analisti stimano che a livello aggregato un dollaro forte dovrebbe avere un impatto tendenzialmente negativo sugli utili aziendali.
La politica forse c’entra qualcosa sul versante europeo, sicuramente la vittoria di Macron in Francia ha allontanato i rischi di una nuova tempesta sull’euro, e il sollievo contribuisce al movimento al rialzo. Ma stiamo parlando di prospettive a breve. Nel medio lungo termine i problemi che affliggono la moneta unica e il debito denominato in euro sono ancora tutti lì.
Per poter ragionare a lungo termine sull’economia europea occorre stabilità all’interno dell’Unione. Tale stabilità può passare solo attraverso un fisco federale europeo e un debito federale europeo, almeno in parte, non più nazionale. La velocità di crescita della Germania rispetto ad altri Paesi porta a mettere in atto politiche monetarie che tengano maggiormente in considerazione aumenti più consistenti dei tassi nella loro area, cosa che genererebbe nell’immediato non pochi grattacapi a Italia, Spagna, Portogallo e altri Paesi che arrancano stretti da debiti e piani di riforme ancora da definire
Nei prossimi mesi, con la conclusione della lunghissima stagione elettorale europea e poi del mandato di Draghi, a ottobre 2019, il nodo dovrà venire al pettine e la Germania dovrà scegliere. Di qui ad allora i tassi a 10 anni si saranno probabilmente normalizzati, e l’Italia, ma anche la Francia e la Spagna, non può permettersi di pagare un premio di centinaia di punti base aggiuntivi.
Non convince nemmeno il movimento così repentino del dollaro, se non a ribilanciare momentaneamente alcuni squilibri valutari globali. La forza economica e la velocità di reazione degli USA rispetto ai principali competitors internazionali, unitamente al rialzo dei tassi da parte della Fed infatti, dovrebbero sostenere nel lungo periodo il dollaro rispetto al panorama valutario.
