AGGIORNAMENTO MERCATI: la via della seta


Un coro unanime da parte dei principali gestori ci mette in guardia in questi giorni dai recenti e promettenti movimenti dei mercati. Se da un lato sta emergendo un cauto ottimismo sull’ipotesi di una recessione meno aggressiva del previsto, dall’altro i rischi di un’economia a fine ciclo, accompagnata da un deleverage finanziario antinflattivo forzato e persistente, ci dicono di non aver fretta ad accumulare rischio nei portafogli.
L’immagine della prudenza collettiva è ben fotografata ad esempio dalla “corsa” alla recente emissione obbligazionaria di Eni. Il 4,3% lordo annuo (nemmeno un 3,20% netto) con scadenza a 5 anni ha letteralmente mandato in visibilio il popolo dei piccoli risparmiatori portando la società a ricorrere ad un riparto record delle assegnazioni con rapporto 1:5. 2 miliardi di offerta e 10 di richiesta per capirci…
Un fenomeno figlio dell’effetto contagio che si instaura tra il popolo degli investitori con una certa frequenza. Sospinto da un lato da incentivi economici di chi si occupa dell’offerta di tali collocamenti (Banche, reti di consulenza, istituti finanziari), dall’altro della carenza di istruzione finanziaria dei risparmiatori che ancora una volta non si sono preoccupati di capire se davvero quel rendimento offerto fosse così competitivo rispetto a quello di un titolo di stato di pari scadenza per esempio (che in questo momento è leggermente migliore…) o di un corporate di pari rating e scadenza.
Tralasciando però l’annosa questione sulla conoscenza media finanziaria dell’investitore italiano e la sua propensione a farsi consigliare in modo adeguato da un professionista di fiducia, emerge da questo episodio ancora l’enorme timore nei confronti dei mercati, ancora alle prese con rischi sistemici di natura geopolitica e finanziaria. 
E questa prudenza in tutta onestà è più che lecita. In parte sorpresi positivamente i mercati hanno reagito con euforia a dati societari non così drammatici da parte dei principali colossi americani, lasciando sperare nel cosiddetto soft-lending post politiche monetarie anti-crescita promosse dalle banche centrali (e con la promessa di restare in piedi per periodi non brevi). 
Anche l’inflazione si sta ridimensionando gradualmente. Anche se il paniere di beni da cui è costituita ci dice che la fase che ci aspetta è tipicamente depressiva sulla domanda aggregata futura. Finanziamenti e mutui, assieme alla costruzione di nuovi immobili e alla domanda di beni durevoli sono letteralmente crollati, mentre crescono gli affitti essendone aumentata la domanda, così come il prezzo di servizi e beni di largo consumo complice anche la ripresa dei prezzi di diverse materie (combustili, fatta eccezione per il gas, e alimentari).
Se a tutto ciò ci aggiungiamo la difficoltà crescente che si riscontra nella risoluzione di un conflitto russo-ucraino sempre più “globale”, di spazio per l’ottimismo ne resta effettivamente poco…
In tutto questo scenario però ci conforta aver trovato un sentiero che per anni si era impolverato e a tratti sembrava sempre meno percorribile: quello asiatico.
Quella fetta di mondo, dove Paesi come Cina, Giappone, Corea del Sud e India hanno già intrapreso da anni un cammino ricco di tecnologia e sviluppo interno offrono in questo momento, per svariati motivi, maggiori garanzie e migliori prospettive per impiegare parte dei propri risparmi.
Il più “pesante” di questi motivi intanto è il differente contesto di politica monetaria presente in questa area.
Giappone e Cina in particolar modo adotteranno politiche accomodanti, in quanto, la prima, per ragioni già ampiamente dibattute in articoli precedenti, difficilmente può permettersi di alzare i tassi con leggerezza, andando a stravolgere una politica ormai ventennale sulla gestione di debito interno e tassi di interesse, la seconda invece si trova in una fase economica storica abbastanza delicata, per cui urge un segnale forte di intervento a sostegno di un’economia alle prese con una crisi immobiliare profonda ad alto rischio di contagio finanziario.
In una parola il contesto lascia spazio per interventi monetari e fiscali a sostegno di imprese e consumi. L’esatto opposto di quello che vivono le economie occidentali.
Entriamo nel vivo di una settimana densa di appuntamenti macro, con la registrazione del dato sull’indice PMI manufatturiero cinese. La pressione in ogni caso all’avvio di stimoli importanti per l’economia del Dragone è alta e questo non può che essere un bene per un mercato che si presenta ad inizio 2023 dopo 2 anni di agonia. 
Una considerazione antitetica a questo ottimismo verso l’azionario cinese potrebbe emergere dai leciti timori relativi alla politica interna. Da questo punto di vista è ineccepibile aspettarsi sempre qualche sorpresa negativa, in quanto il Governo cinese (sempre più saldo nelle mani di Xi) ha intrapreso un cammino dichiaratamente di parte nei confronti del popolo a discapito dell’imprenditoria privata. Ci conforta però da un lato che le riforme antiliberiste osservate negli ultimi mesi si siano manifestate in modo repentino in uno spazio temporale ristretto, come un colpo di mannaia a cui è seguita una fase di assestamento più o meno lunga che ha dato spazio a nuovi fronti di investimento del Paese sospinti dalla mano del Partito Comunista.
Ultimo aspetto ma non certo per importanza, è la fine della politica Zero – Covid, oggettivamente insostenibile, ma soprattutto secondaria all’ambizione cinese di grandezza economica. Obiettivo primario dichiarato da Pechino che passa da una inevitabile riapertura dei traffici commerciali con l’Occidente, storicamente il vero antidoto alla risoluzione dei problemi economici del Paese sin dall’epoca dell’imperialismo coloniale.


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