FOCUS: l'evoluzione del Banker, meno venditore più "Altruist"



Poco più che un ragazzino cominciavo assieme ai miei colleghi ad inizio millennio a tuffarmi nel mondo degli investimenti con la stessa fiducia che allora riponevano i risparmiatori italiani nel sistema bancario. 
Esistevano già i promotori finanziari, pochi soggetti spesso visti da noi dipendenti bancari come grandi e abili venditori di una manciata di prodotti carissimi e per loro in particolare assai remunerativi.
Ero partito personalmente con un bagaglio tecnico discreto ma la scelta di non espatriare per crescere mi aveva di fatto impedito di trovare un lavoro più vicino alla figura di un gestore piuttosto che il classico banker a diretto contatto col pubblico, strada decisamente più accessibile per un neolaureato in cerca di lavoro nel proprio Paese tradizionalmente bancocentrico.
Il bancario in attività al “borsino” delle agenzie sparse sul territorio e il noto promotore finanziario in realtà altro non erano che due facce della stessa medaglia. 
Per noi bancari, così come per diversi clienti, però la distinzione era sostanziale: il promotore applicava commissioni che contribuivano al proprio reddito, gli addetti titoli di Banca erano invece dei dipendenti e l’interesse ad applicare commissioni era decisamente meno impattante per le loro tasche. Brutale e netta distinzione tra le due categorie.
Col tempo però la scintillante corazza del dipendente di banca, o addetto titoli che dir si voglia, cominciò ad arrugginirsi, complice quel declino economico ed etico delle Banche commerciali che dal collocamento dei bond argentini alla crisi finanziaria del 2008 imboccano la via della spending review ed inaugurano il percorso delle campagne di vendita dei loro prodotti finanziari indistintamente e indiscriminatamente. 
La caccia al cash da trasformare in qualcosa di redditizio per l’istituto non da spazio a nessuna forma di consulenza. Il banker ne diventa il braccio operativo e così la consegna del testimone di “venditore” si è consumata. 
Sull’altra sponda il passaggio ufficiale da "promotore finanziario" a "consulente finanziario abilitato all'offerta fuori sede", avvenuto nel 2016-2018, a seguito della legge di Stabilità 2016 e del recepimento della direttiva europea MiFID II, invece, getta le basi per una metamorfosi strutturale. 
Il termine consulenza già in sé impone un’evoluzione, sia in termini di servizi da offrire sia di significato intrinseco, della propria attività. 
Sono anni che lavoriamo in Team per offrire una consulenza finanziaria col fine di fare gli interessi di coloro che ci affidano i risparmi e se i nostri clienti nel tempo ne hanno compreso il senso, ci sta capitando che ancora tante persone si aspettino un trattamento analogo dai colleghi bancari di filiale o degli uffici private. 
L’evidenza oggi ci dice che chi ha scelto la strada della consulenza finanziaria non ha più granché a che fare col vecchio promotore, brillante venditore di fondi. Ci dice anche che chi si occupa di investimenti in banca risponde a logiche di collocamento dei prodotti spinti dalla direzione commerciale e quasi mai alla comprensione delle esigenze dei clienti. 
Qui non si punta il dito contro nessun professionista beninteso, anzi la nostra solidarietà verso la categoria è massima, piuttosto contro il modello di business delle banche commerciali…
I consigli patrimoniali a privati ed imprenditori rappresentano un lavoro complesso che passa attraverso la conoscenza della realtà familiare ed economica dei soggetti nei dettagli, più informazioni si dispongono più accurato sarà l’output. I professionisti del risparmio, riferendosi a coloro che si avvicinano più ai consulenti e meno ai promotori, agiscono sempre più con altri professionisti, fiscalisti, notai, studi specializzati, sviluppando il compito di inquadrare i problemi ed accompagnare nella giusta direzione i loro clienti. 
Per far tutto ciò ci va tempo, istruzione, aggiornamento costante, che si affianca alla storica attività di asset management.
Se in Italia ancora fatica a diffondersi la consapevolezza collettiva dell’indispensabilità di dotarsi di un consulente nella gestione del proprio patrimonio, è notizia di questi giorni il terremoto che pare si stia propagando grazie all’avvento dell’intelligenza artificiale in questo ambito.
Il settore finanziario ha mal digerito l’ingresso sul mercato di una piattaforma potenzialmente in grado di sostituirsi alla classica attività di consulenza. In tutta onestà è solo una questione di tempo... Tremano più che altro le schiere di professionisti che prima dovevano analizzare dati, dichiarazioni dei redditi o uffici che passavano ore a confrontare bilanci per individuare società più investibili di altre. Insomma, Hazel di Altruist come altre applicazioni in grado di ottimizzare risultati e costi, entreranno a gamba tesa su ogni settore, finanza compresa. Credo che questo sia fuori discussione. 
Non spazzeranno però il senso delle cose. L’IA si innesta nei processi non nelle finalità, migliora il conseguimento degli obiettivi, non li cambia. 
A noi risparmiatori, serve attenzione da parte di qualcuno (tecnologicamente supportato) che si occupi dei nostri interessi e nel nostro bene, che ci conosca e a cui possiamo fidarci. Se le modalità con cui verrà effettuata la consulenza potranno essere mutevoli il nostro obiettivo però resterà sempre il medesimo: trovare professionisti affidabili.



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