AGGIORNAMENTO MERCATI: l'arrocco finanziario


Ispirati dall’affascinante e antico gioco degli scacchi ci siamo calati sulle scelte di natura finanziaria provando ad andare un po’ più in là rispetto alla prossima “mossa”.
Il bravo scacchista è colui che visualizza le conseguenze delle proprie giocate ricostruendo più scenari futuri possibili. Più in là riesce ad andare più saranno efficaci le sue scelte per battere l’avversario.
Strategie apparentemente incomprensibili inizialmente si rivelano vincenti se seguono una logica evolutiva ben calibrata.
Non c’è bisogno di sottolineare l’importanza di individuare anche in finanza i possibili scenari futuri per posizionarsi nel miglior modo oggi e coglierne le opportunità domani.
In concreto la mossa a cui ci riferiamo in questo momento è quella del reddito fisso, governativo o corporate che sia. La narrativa vigente condanna abbastanza unanime l’asset class obbligazionaria specie quella per lunghe scadenze.
Le obbligazioni oggi oltre ad aver creato un danno momentaneo alle valorizzazioni dei portafogli hanno visto un’impennata dei rendimenti poderosa. I rendimenti decennali si sono spostati tra il 5 e il 7% a seconda degli emittenti e, senza andare così lontano, su scadenze dimezzate, si beneficia di rendimenti tra il 4-6% annuo. 
Roba certa per capirci. Significa che se desidero fare altro sui miei risparmi devo battere questi rendimenti nei prossimi anni. 
L’azionario, va da sé, si è comportato storicamente meglio soprattutto se lo confrontiamo su periodi molto lunghi. Però oggi qualche grattacapo in tutta onestà con tali ritorni certi è lecito averlo.
Prima di analizzare i possibili scenari dei prossimi anni ci vengono in mente alcune considerazioni di natura umorale ma anche per certi versi empirica. 
Non sarebbe infatti la prima volta che il mercato si fa beffa di convinzioni collettive. Ora i bond rappresentano il demonio. Infausta scelta condannata a sottoperformare sulla base di convinzioni attuali avallata dalla retorica corrente che teme aumenti di inflazione e debito globale. Tutto plausibile, come sempre un po’ a posteriori aggiungerei…
La domanda è fin dove si devono spingere questi rendimenti? Ha senso aspettarci un 6-7% sui debiti governativi occidentali?
Può essere, tutto può essere naturalmente. 
A questo punto però inizia la partita a scacchi.
Immaginiamo che lo scenario che va appunto per la maggiore si avveri.
Una volta toccato il 6 – 6,5% possiamo ipotizzarne alcune conseguenze.
Il sistema privato comincia a smettere di indebitarsi, troppo oneroso.
Se l’inflazione da offerta non dovesse contrarsi, stiamo pur certi che quella dei consumi sì.
Passo successivo: la domanda e l’economia cominciano a raffreddarsi. Peggiorano i bilanci, le trimestrali deludono, l’azionario scende (anzi è già sceso a quel punto…) e le Banche centrali cominciano a tagliare i tassi e immettere liquidità. 
Improvvisamente i nostri titoli di stato ritornano magicamente preziosi.
Se quindi non risultava molto popolare detenerne oggi potrebbe rivelarsi una scelta vincente tra un paio di mosse successive…
Ovviamente questo non è l’unico scenario possibile. 
Esiste sempre quello più roseo dove tutto sale indisturbato. L’AI produce effetti positivi già da subito. 
L’economia vola, la produttività si mantiene alta così come l’occupazione. Nessuno shock. Nessuna transizione. Tutto fila liscio, insomma, e i tassi elevati vengono digeriti senza turbamento.
Il 4-5% potrebbe risultare un magro compenso di fronte ad una ipotetica nuova età dell’oro. Ma ci verrebbe da dire che comunque è già qualcosa, un onesto risk free del quale francamente fatichiamo a ricordarne la portata.
La provocazione conclusiva, pertanto, è la seguente: ha davvero senso inseguire un bottom dell’obbligazionario, sebbene i rendimenti reali siano ancora leggermente sotto, visti i livelli attuali?
Facciamo un inciso: i rendimenti reali oggi vanno esaminati sotto una lente più attenta. Se ci fermassimo all’inflazione attesa dichiarata dagli istituti centrali gli attuali livelli di rendimento sarebbero più che positivi. L’inflazione a 10 anni viene ancora “prevista” intorno al 2.35% (https://fred.stlouisfed.org/series/t10yie), pertanto gli attuali rendimenti reali di pari scadenza sarebbero fortemente positivi. Una delle ragioni per cui non accennano a scendere perciò è da imputare al fatto che tali previsioni sull’inflazione attesa vadano aggiornate in toni meno rosei.
Considerazioni plausibili visti i costi energetici sotto pressione costante a causa dei conflitti non esattamente temporanei che affliggono il pianeta. Va detto però che negli ultimi 30 anni, prendendo come riferimento il titolo di Stato americano a 10 anni (U.S. 10-Year Treasury Note), che funge da benchmark globale per i mercati finanziari, la media dei rendimenti annuali è stata di circa il 3,5% - 3,7%.
Il rendimento medio annuo si è attestato sopra la soglia del 5% in 6 anni (nello specifico nel 1996, 1997, 1998, 1999, 2000 e 2001). Un mondo economico oggi che ha più somiglianze con la fine del ventesimo secolo rispetto a quello degli ultimi vent’anni. Ma non dimentichiamoci che il debito globale, pubblico e privato, oggi, rispetto a quegli anni, è più che quadruplicato (dagli 80mila miliardi del 2000 siamo passati a 365 mila miliardi) con una sostenibilità del peso degli interessi a questi livelli a dir poco problematica.
Ci stiamo riflettendo in tutta onestà, attribuendo come spesso facciamo la dovuta importanza al concetto di protezione ma anche a quello di opportunità che guarda caso si manifestano spesso quando crescono i timori
Potrebbe suonare un po’ come un “arrocco” in gergo scacchista, mossa a volte utile e vincente nello svolgimento della partita…



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